sabato 26 giugno 2010

Pedofilia in Belgio, Bertone contro i magistrati
"Nemmeno nella ex Unione Sovietica"

CITTA' DEL VATICANO - Non accenna a placarsi lo scontro tra il Vaticano e il Belgio 1 sulle perquisizioni ordinate dalla magistratura 2 nella sede dell'arcivescovado di Mechelen e in due tombe di vescovi. E' stato "un sequestro, un fatto inaudito e grave" ha detto il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, a proposito dei vescovi belgi trattenuti per 9 ore dagli inquirenti. "Non ci sono precedenti, nemmeno nei regimi comunisti di antica esperienza", ha aggiunto. "E' un fatto inaudito. Al di là della condanna della pedofilia l'irruzione e il sequestro dei vescovi per nove ore, senza bere e senza mangiare", ha denunciato.

Duro attacco contro il blitz nella cattedrale anche sull'Avvenire con un editoriale dal titolo "Oltraggio che nulla ripara e molto svela" a firma di Marina Corradi. "Un blitz nella cripta di una cattedrale, come fosse il cuore di una organizzazione criminale" scrive il quotidiano della Cei. "Non è in discussione la liceità delle indagini, né l'esigenza di arrivare alla verità, se abusi ci sono stati, ma nella violazione delle tombe di due arcivescovi della diocesi di Bruxelles, si legge qualcosa che va oltre la legittima esigenza di giustizia". E, si chiede Corradi, "non assume invece, un simile assalto, un valore simbolico, il segno di una voglia di attaccare la chiesa nella sua totalità?". L'editorialista ricorda che "Operazione chiesa" è il nome della inchiesta della magistratura belga, ed è un nome significativo. Un nome che indica il bersaglio. Non i singoli colpevoli, ma "la" chiesa. "Non si spiega altrimenti - sottolinea Avvenire - la brutalità e la voluta vistosità di questa incursione. Come se si volesse colpire proprio al cuore".

Lo scontro con la Santa sede campeggia oggi sulle prime pagine dei più importanti quotidiani belgi. "Roma scomunica la giustizia" belga, titola a tutta pagina il quotidiano fiammingo De Morgen. Anche l'altro principale giornale, De Standaard, dedica quasi tutta la prima pagina alla vicenda con un fotomontaggio che richiama le copertine dei libri di Dan Brown e sul cui sfondo compare l'immagine dell'ex primate del Belgio, il cardinale Godfried Danneels, la cui casa è stata perquisita mercoledì scorso. Il titolo, con un gioco di parole sempre basato sulle opere di Brown recita: "Il codice Danneels". Massima attenzione anche da parte della stampa francofona. "La giustizia belga fa tremare la Chiesa romana" titola a tutta pagina Le Soir. La Libre Belgique, che dedica alla vicenda l'intera prima pagina, sotto la foto dei poliziotti davanti a una cattedrale scrive a caratteri cubitali che tra chiesa e la giustizia belga "è rottura".
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Cervelli in fuga
Di Marco Travaglio
A chi fosse depresso per l’ingloriosa fine dei cosiddetti azzurri e cercasse appigli per quel che resta dell’orgoglio nazionale, consigliamo vivamente l’intervista rilasciata a Panorama da Angelino Jolie sulla scaletta dell’aereo per gli States dove ha commemorato l’incolpevole Falcone e illustrato il diritto arcoriano agli americani. L’autore, il direttore Giorgio Mulè, è un giornalista spericolato, infatti appena intervista un ministro si sbuccia le ginocchia. Sentite che incipit marziale: “Martedì 15 giugno, alle 10 del mattino, prima di imbarcarsi dall’aeroporto di Ciampino sull’Airbus A-319 del 31° stormo dell’Aeronautica militare che l’avrebbe portato a New York, Angelino Alfano ha fatto i compiti. Con la solita diligenza. E con quel piglio da secchione che, complice l’espressione da primo della classe che siede al primo banco, si porta dietro”. Avete già i brividi? Tratteneteli, non è finita: “Esaurite le firme su una pila di carte da siglare (con la consueta X, ndr), s’è avviato contento verso la scaletta dell’aereo: ‘Oggi la giornata è iniziata bene: la polizia ha arrestato un camorrista e io, nel mio piccolo, ho prorogato un bel po’ di 41bis. Direi che possiamo andare”. E via ad “aggiungere un altro tassello alla carriera di enfant prodige, primo ministro di Giustizia della storia chiamato all’assemblea dell’Onu. Per parlare del giudice eroe. ‘Il mio eroe…’. Alfano riflette ad alta voce”.

Capito il genio? Riesce a riflettere e ad alzare la voce contemporaneamente. Così giovane, poi. “Ho vissuto l’evento alle Nazioni Unite in maniera molto particolare, quasi intimo”, confida all’intervistatore da riporto. E qui spegniamo le luci e li lasciamo soli, in omaggio alla privacy. Di ritorno sul suolo patrio, lo statista agrigentino annuncia la grande “riforma della giustizia”, che scatterà “entro ottobre”. Non precisa di quale anno, e fa bene: l’aveva già annunciata il 27 agosto 2008 al Giornale: “E’ pronta. Domani 28 agosto la presento al Cav in Consiglio dei ministri”. Ma il Cav aveva da fare con qualche mignotta e non se ne fece nulla: come ricorda Giancarlo Perna, quel Consiglio dei ministri si limitò a elevare a capitaneria di porto l’ufficio marittimo di Corigliano Calabro. Jolie assicurò: “L’ho rinviata all’autunno”. Ma non disse di che anno: infatti passarono inverno, primavera, estate, ri-autunno, ri-inverno, ri-primavera. L’altro giorno, rieccolo: “Ci siamo, ottobre”. Non un giorno di più. Nell’attesa, s’è portato avanti col lavoro, creando un imperdibile “organismo indipendente per la valutazione delle performance degli alti dirigenti”: un sinedrio di tre cervelloni per portare finalmente un po’ di meritocrazia al ministero. Due sono ex giudici di nome Angelo (per non confonderli con Angelino): Gargani, fratello del forzista Giuseppe, e Giorgianni, il sottosegretario di Prodi-1 che fu costretto a dimettersi per il caso Messina; il terzo è Calogero “Lello” Casesa, agrigentino come Alfano, impiegato alla provincia, ex consigliere forzista, ma soprattutto – rivela Gian Antonio Stella – presidente della sagra del Mandorlo in fiore e suonatore di “friscalettu” (zufolo) nel gruppo folk Valle di Akragas. Evvai con la meritocrazia.

Ora però non pensate che, nel Pdl, l’unico gigante del pensiero sia Al Fano. Tale Emiliano Stornelli, in una lettera al Wall Street Journal che ha osato criticare la legge bavaglio, segnala “l’intensa attività di riequilibrio messa in atto da Gaetano Quagliariello, che è tra gl’intellettuali più influenti d’Italia” e “la sua opinione dovrebbe essere ospitata sulle vostre pagine”. Già, come ha potuto il WSJ tirare avanti finora senza Quagliariello? Poi dicono che la stampa è in crisi. Lo Stornelli lavora a L’Occidentale, il sito di Quagliariello, ma va comunque ringraziato per aver fatto conoscere quel concentrato di neuroni al pubblico degli States. Ora però non vorremmo che quei golosoni di americani provassero a portarci via, dopo tanti scienziati e ricercatori, anche Quagliariello. Sappiano che, se ci provano, dovranno fare vedersela con noi. Sulla scaletta dell’aereo.
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 Padania o morte ? Tutti i bluff di Bossi e soci

1984-1990: nasce la Lega lombarda che debutta alle amministrative, la Pretura di Saronno indaga per “vilipendio della bandiera” e “associazione antinazionale”, primo raduno a Pontida reso celebre dal giuramento pronunciato nel 1167 dalla Lega dei Comuni contro l’invasore Barbarossa.

Di questo periodo è importante sottolineare come la “Lega nord per l’indipendenza della Padania”, costituita da associazioni politiche, avesse il conseguimento dell’indipendenza e il suo riconoscimento internazionale quale repubblica federale indipendente e sovrana. E la legittimità di un partito che si caratterizza per uno scopo non costituzionale e contrario all’articolo 5? Sono gli anni in cui Bossi dichiara: “In Italia ci sono due gruppi etnici: la razza celtica, che viene da migliaia di anni di lavoro e i latini che considerano il lavoro roba da schiavi”.

1990-2000: il parlamento del nord inaugurato da Umberto Bossi, mentre la Lega viene coinvolta in una inchiesta sulla maxitangente Enimont, nascono le Camicie verdi (comitato di liberazione della Padania), Bossi invoca (senza risultato) la disobbedienza fiscale sull’Isi (imposta straordinaria sugli immobili), va a Belgrado e parla da “fratello” al leader serbo Milosevic. Otto serenissimi vengono processati e condannati per direttissima per l’assalto al campanile di San Marco in nome della “Veneta serenissima armata”. “Siamo qui per un passo incontrovertibile, per la prima dichiarazione di guerra allo Stato centralista, alla partitocrazia di Roma, alla prima repubblica che non vuole lasciare il posto alla seconda” (Umberto Bossi, La Stampa, 11 maggio 1992).

“Ho già preparato i manifesti: “Nord prepara la valigia”. Se riusciamo a convincere questo nord di brava gente a non pagare l’Ici allora sì che viene il bello. Che mi arrestino, arrestino pure uno della Lega e qui è la rivoluzione” (La Stampa, 19 agosto 1992).

“Bisognerebbe far scattare la legge per il ricostituito partito fascista. Questi sono quella cosa lì. E si può dimostrare facilmente. Questo partito è messo in piedi da una banda di dieci persone che lo controllano nascosti dietro paraventi, non rispettano le regole della Costituzione, chiamano golpista il presidente della Repubblica, svuotano il parlamento e vogliono fare un esecutivo senza nessun controllo superiore”. (Ansa, 19 gennaio 1995).

“Inoltre usano le televisioni che sono strumenti politici messi insieme da Berlusconi quando era nella P2, secondo il progetto Gelli: dove il Paese dal punto di vista politico doveva essere costituito da uno schieramento destra contro sinistra (…) usano la televisione come un randello per fare e disfare. Si tratta di una banda antidemocratica su cui è bene che ci sia qualche magistrato che indaghi se viene commesso il reato di ricostruzione del partito fascista” (Ansa, 19 gennaio 1995).

“La Padania deve combattere contro il nazionalsindacalismo e il nazionalclericalismo. Sono lontani i tempi di Giovanni XXIII il gran lombardo. Ora è arrivato il Papa polacco che ha portato la Chiesa a interessarsi molto più del potere temporale che di quello spirituale. I vari casi Ior e Marcinkus sono a dimostrarlo” (9 agosto 1997).

“Il tricolore lo metta al cesso signora!” (Venezia, riva Sette Martiri, 16 settembre 1997).

“Quando vedo il tricolore io m’incazzo. Il tricolore io lo uso soltanto per pulirmi il c…” (Comizio a Cabiate, 1997): questa frase venne udita dai presenti, tra cui i carabinieri di Cantù di servizio in borghese, chiamati poi a raccontare l’episodio durante il dibattimento: il processo finì con la sentenza di condanna per vilipendio del 2001.

“È una sentenza pesantissima e ingiustificata. Ma i ragazzi di Venezia si facciano coraggio. Non sconteranno tutta la pena: infatti non appena arriverà la Padania saranno liberati con tutti gli onori” (Dichiarazioni di Roberto Maroni, attuale ministro degli interni della Repubblica italiana, il 10 luglio 1997 sulla vicenda dell’assalto armato al campanile di Venezia).

“La Padania è una realtà politica nota in tutto il mondo, anche se la classe politica stracciona del Mezzogiorno finge di non saperlo mentre per noi il meridione esiste solo come palla al piede che ci portiamo dolorosamente appresso da 150 anni” (Mario Borghezio durante un comizio ripreso dal film “Camicie Verdi” di Claudio Lazzaro).

Dal 2000 ad oggi: nasce la Casa delle libertà, Bossi diventa ministro delle Riforme, nasce la Bossi-Fini, viene approvata la devolution, Bossi rilancia con il trasferimento della Rai a Milano invocata anche come capitale d’Italia.

“Noi parlamentari, deputati, senatori, ministri e sottosegretari giuriamo fedeltà alla Padania e al suo popolo e promettiamo di batterci con tutte le forze per la libertà e la prosperità della nostra terra e delle sue genti” (Pontida, La Stampa, 18 giugno 2001).

“Profughi non ne vogliamo, stiano a casa loro”, (Sull’emergenza umanitaria della guerra in Iraq, l’Unità, 21 marzo 2003).

“I vecchi democristiani per i danni che hanno fatto al Paese andavano fucilati” (Corriere della Sera, 26 settembre 2003).

“Il nord potrebbe vivere meglio senza tirarsi addosso il centralismo dello stato italiano. Dobbiamo svegliarci. E visto come stanno le cose non ci rimane che la via della secessione. Basta con le chiacchiere” (Pramaggiore (Ve), Repubblica.it, 26 ottobre 2006).

“La libertà non si può più conquistare in Parlamento ma con uomini lanciati in una lotta di liberazione. Senza la devoluzione da qui possono partire ordini di attacco dal Nord. Io sono certo di avere dieci milioni di lombardi e veneti pronti a lottare per la libertà”. (Al parlamento padano, Mantova. Ansa, 29 settembre 2007).

“Non dobbiamo più essere schiavi di Roma. L’inno dice che l’Italia è schiava di Roma… toh (gestaccio). E’ arrivato il momento fratelli, di farla finita. Basta di far martoriare i nostri figli da gente che non viene dal nord” (Padova, Repubblica.it, 20 luglio 2008).

“So quanti di voi sono pronti a battersi, anche milioni, ma io ho scelto la strada pacifica rispetto a quella del fucile. La lotta della Lega non finirà fino a quando la Padania non sarà libera” (Pontida, 20 giugno 2010).

Scarica i documenti:

  • 20100626_309177.jpgUn Paese immaginario Sotto e a destra due documenti: la “Gazzetta ufficiale della Padania”, invenzione leghista del ‘96 senza alcun valore legale, ma richiesta dalla Camera dei deputati quello stesso anno per la biblioteca interna
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